TELLING MY SON’S LAND

Blue Penguin Film e Ilja’Film presentano: “TELLING MY SON’S LAND

Una giornalista di guerra, una madre, la Libia post Gheddafi. Un film documentario di Ilaria Jovine e Roberto Mariotti con: Nancy Porsia.

SCHEDA TECNICA SOGGETTO E SCENEGGIATURA:

ILARIA JOVINE REGIA: ILARIA JOVINE E ROBERTO MARIOTTI CON: NANCY PORSIA MONTAGGIO: FRANCESCA SOFIA ALLEGRA, ILARIA JOVINE E ROBERTO MARIOTTI MUSICHE ORIGINALI: SILVIA LEONETTI FOTOGRAFIA: ROBERTO MARIOTTI SOUND DESIGN: DANIELE GUARNERA COLOR CORRECTION: GIANLUCA SACCHI

DURATA: 1X84’

FORMATO: 2K

GENERE: DOCUMENTARIO

DISTRIBUZIONE: BLUE PENGUIN FILM TRAILER: https://vimeo.com/607246777/9c2fc1508b FESTIVAL:

● Biografilm Festival 2021. Official selection.

● DIG Festival 2021: UNMUTE. Out of selection.

● Matera Film Festival 2021. Official selection.

● Mònde 2021. Official selection.

● Sguardi Altrove International Women’s Film Festival 2021. Official selection.

● Verzio Documentary Film Festival 2021. Official selection.

“Verso la Libia nutro un sentimento di odio e amore. La amo perché si è fidata di me e mi ha regalato una famiglia. La odio perché mi ha tolto la tranquillità che l’essere Italiana ed Europea mi avevano dato.” Nancy Porsia LOGLINE Nancy Porsia, unica giornalista italiana rimasta in Libia dopo il 2011, ricostruisce il suo percorso professionale in una terra difficile e pericolosa, che lei ha saputo affrontare con coraggio e senso del dovere.

SINOSSI BREVE

Nancy Porsia, giovane giornalista freelance, si reca per la prima volta in Libia nel 2011, quattro giorni dopo la morte di Gheddafi. Trasferitasi definitivamente nel paese, per un lungo periodo è l’unica giornalista internazionale a raccontare il suo travagliato processo di democratizzazione, diventando uno dei massimi esperti del paese nord africano. A causa della pubblicazione di una scottante inchiesta sulla collusione della Guardia Costiera Libica con il traffico di migranti, nel 2017, è costretta a lasciare il paese. Dopo tre anni, la terra di suo figlio continua ad essere pericolosa per la sua sicurezza, ma lei non si arrende a rimanerne lontana.

SINOSSI LUNGA

La Libia del novembre 2011, dilaniata da mesi di guerra civile, ma euforica per l’uccisione del dittatore e il trionfo della rivoluzione: la Libia dei giovani ribelli, con a disposizione un’incredibile quantità di armi; dei nostalgici gheddafiani, con il terrore negli occhi per gli abusi delle milizie; del caos nelle prigioni; dei murales e le canzoni rap contro “il riccio pazzo”; delle macerie lasciate dalla Nato che “ha iniziato il lavoro, ma non l’ha portato a termine”.

La Libia della ricostruzione, alla ricerca di un’identità unitaria e alle prese con una democrazia troppo sconosciuta. La Libia – porta dell’Africa sul Mediterraneo, su cui grava il peso di un flusso migratorio sempre più ingestibile. La Libia, inaspettatamente, alle prese con l’ISIS e dunque di nuovo insanguinata da una nuova guerra intestina. Dal 2011 al 2017, Nancy Porsia, giovane giornalista di guerra freelance, ha avuto modo di vivere e conoscere la Libia in ognuna di queste fasi, diventandone una dei massimi esperti, riconosciuta anche a livello internazionale.

Dover abbandonare un paese così a fondo studiato, conosciuto e amato, perché non più sicuro per la propria vita, è stato per lei un brutto colpo. E’ dal 2017 che Nancy non può più tornare da giornalista nel paese, ma sapeva che questo sarebbe stato il prezzo da pagare per aver deciso di pubblicare (su Panorama, e successivamente su TRT-World) la sua inchiesta su “La Mafia ad ovest di Tripoli”, citata poi anche dal Panel delle Nazioni Unite nel Rapporto 2017.

Sapeva che sarebbe stato rischioso denunciare di traffico illegale di esseri umani alcuni esponenti di rilievo della Guardia Costiera Libica; quello che forse all’epoca Nancy ancora non sapeva è che sarebbe a breve diventata madre di un bimbo per metà libico. Nancy partorisce suo figlio in Italia, ma anche lontana, complice la nazionalità di suo figlio e del suo compagno (un ricercatore e attivista della minoranza Amazigh, inizialmente suo fixer e diventato ora suo marito), non spezza mai il legame con quella terra che, ancora oggi, sembra non trovare pace.

Anche una volta diventata mamma, Nancy continua a sperare di poter tornare un giorno a raccontare la Libia dalla Libia, consapevole ora che i rischi che eventualmente andrebbe a correre non riguarderebbero più solo lei stessa. Un inedito ritratto di donna che accetta la sfida di conciliare maternità, passione politica e giornalismo indipendente, lavorando in un settore ancora prettamente maschile. Una moderna vicenda umana che contestualmente offre uno sguardo indipendente sulla complessa ed attualissima questione libica.

CHI È NANCY PORSIA

Giornalista freelance, specializzata in Medio Oriente e Nord Africa, NANCY PORSIA collabora con diverse testate nazionali ed internazionali (RAI, Sky TG24, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica, Panorama, L’Espresso, The Guardian, Deutsche Welle, TRT-World, Domani) ed è stata l’unica giornalista italiana rimasta di base in Libia all’indomani della rivoluzione del 2011, coprendo la guerra civile e gli sviluppi del processo di riconciliazione nel paese nordafricano.

Esperta di migrazione irregolare, si è inoltre specializzata sulla rete dei trafficanti lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Grazie alla sua sostanziosa esperienza come giornalista free-lance, costruita faticosamente partendo da una profonda convinzione circa l’indipendenza dell’informazione, Nancy è la protagonista adatta per indagare anche gli aspetti più oscuri ed inediti del mondo del giornalismo, soprattutto di quello di guerra.

“Non tutti i colleghi coprono le crisi o le zone di crisi per documentare le ingiustizie. – ci ha rivelato in una delle interviste rilasciateci, – Li riconosci dall’eccitazione che rompe la loro voce quando parlano di linea del fronte o di armi. Quando subentra il protagonismo e la sete di visibilità è perché ci si scorda che siamo solo un mezzo e non il fine per le nostre storie.

”Nancy tiene fisso il focus della sua narrazione sugli aspetti umani di ogni fatto politico documentato, ricercando tra i civili, tra donne e bambini, i riflessi più dolorosi e meno considerati delle vicende della Grande Storia. E’ per questo che trasferitasi in pianta stabile in Libia, cercando storie anche oltre la front line e le ripercussioni del perdurante vuoto di potere, ha via via approfondito, ben oltre quello che richiedevano le varie testate, la piaga dei traffici di migranti e la realtà gravitante i centri di detenzione.

Un minuzioso lavoro “sul territorio” durato anni e culminato nell’inchiesta che nel 2017 l’ha poi costretta a lasciare il paese e ad essere intercettata e pedinata per mesi da una Procura (quella di Trapani, in un’indagine sulle Ong), sebbene non fosse né indagata, né indiziata, così come emerso in una recente inchiesta datata 2021.

NOTE DELLA SCENEGGIATRICE

Ho conosciuto Nancy Porsia presenziando, nel settembre del 2017, alla XXXIII edizione del Premio Archivio Disarmo-Colombe d’oro per la pace, assegnato ogni anno ai giornalisti e alle personalità internazionali che più si sono distinte nel promuovere i temi della pace, della gestione nonviolenta dei conflitti e della cooperazione internazionale. Personalmente vengo colpita dalle parole con cui Nancy ringrazia per il premio conferitole: premiata in qualità di freelance esperta della crisi libica e delle rotte migratorie nel Mediterraneo, ricorda i racconti che le faceva sua nonna circa le Resistenza contro il NaziFascismo, racconti che ha rivissuto sulla propria pelle, quando, appena atterrata nel paese, si è trovata di fronte l’entusiasmo e la speranza di quel popolo liberato dopo 40 anni di dittatura.

Il tono di voce quasi infantile, l’emozione a stento trattenuta, quel ricordo così intimo e appassionato posto alla base di quel primo viaggio in Libia, così come di tutto il lavoro di narrazione e documentazione svolto in quel paese alle prese con una difficile ricostruzione civile e politica, mi hanno fortemente emozionato. Vedevo l’umanità e la passione politica dietro la professionista e sapevo quanto fossero ormai doti rare per un giornalista: al termine della cerimonia di premiazione, mi presento come documentarista anch’io indipendente, prospettando l’idea di un film che delineava il suo profilo, seguendo il suo lavoro da cane sciolto. Nell’incontro fissato qualche giorno dopo in un caffè del Pigneto, presenti il suo compagno libico e il co-regista Roberto Mariotti con cui ho condiviso l’idea, Nancy ci parla dei progetti che ha in mente, dei prossimi viaggi da fare, tra Etiopia, Eritrea e Siria; infine rivela di essere al secondo mese di gravidanza.

Per me è questa l’ulteriore miccia che accende l’idea del film: raccontare sì una professione come quella del reporter di guerra (professione ancora poco esplorata dalla cinematografia italiana, soprattutto se declinata al femminile), ma soprattutto profilare una figura di donna contemporanea, divisa tra una professione ancora prettamente maschile e il proprio desiderio di maternità. Una maternità, a sua volta, strettamente legata alla professione stessa, visto che il bimbo in arrivo è figlio di quella terra di cui Nancy è diventata una delle massime esperte. L’idea è dunque di “seguire” la protagonista nell’ultimo mese di gravidanza e poi nei primi anni di vita del nascituro, immaginando come un tempo sospeso alla luce del quale ricostruire il rapporto con quella terra divenuta per lei una terra del destino.

E’ così che ci siamo trasferiti a Matera, splendida città natale di Nancy (città che all’epoca si prepara ai festeggiamenti come capitale della Cultura 2019), e da “coppia di autori” (nella vita come nel lavoro) condividiamo, con la “coppia” dei futuri genitori, l’ultimo delicatissimo nono mese, così come le quasi 24 ore trascorse insieme in ospedale in attesa del parto. La condivisione, noi quattro, di questo tempo molto delicato, come prima fase di riprese espressamente voluta, è stata determinate (per quanto ovviamente faticosa) per creare il tono intimo e umanamente sincero che doveva avere il racconto, anche laddove avrebbe poi affrontato aspetti più prettamente professionali o politici. Il tutto per ricreare quel connubio perfettamente riuscito di pubblico/privato che mi aveva risuonato sin da quel primo incontro, da cui tutto è nato.

NOTE DI REGIA

I ricordi, le riflessioni, le confessioni richieste e concesse dalla nostra protagonista sono finalizzate alla creazione di un’auto narrazione che, ricostruendo l’esperienza umana, professionale e politica di Nancy, consenta agli spettatori anche di addentrarsi negli aspetti più personali del fare giornalismo freelance in aree di conflitto, nonché nelle ripercussioni anche psicologiche dell’essere reporter di guerra, laddove ad essere una giornalista di guerra è una donna, che decide poi di diventare madre. Sullo sfondo, la purtroppo ancora attualissima questione libica e la connessa, insanabile, piaga del traffico di migranti.

Dunque il primo elemento di composizione registica di tale materiale narrativo è dato da un continuo rimpallo tra Grande Storia e Microstoria personale, in un gioco di rimandi visivi (e visionari) con il materiale di archivio che sottolineino la fusione tra questi due piani cronologici. Fusione che per noi è stata determinante, visto che proprio il fatto che la vicenda privata e personale di Nancy sia autenticamente e fatalmente (nel senso etimologico del termine) intrecciata con la Grande Storia, ci ha spinto a sceglierla come protagonista di una storia da raccontare. Nella biografia di questa moderna figura femminile, infatti, non ci sarebbe il suo primo figlio, se in Libia non fosse scoppiata una rivoluzione e lei non avesse deciso di andare a raccontarla.

Secondo cortocircuito tematico ed emotivo, che ci ha spinto a fare questo tipo di film e orientato nelle riprese, è stato quello derivato dalla decisione del dare vita presa in un contesto in cui si dà la morte. Guerra e maternità, carriera e famiglia: siamo partiti da queste antinomie (che per una donna diventano spesso bivi esistenziali), salvo poi arrivare a capire quanto anche gli estremi più distanti, come la vita e la morte, possano in realtà essere uniti. Nulla è a se stante. Così come nessuna vita dovrebbe sentirsi sganciata dal Tutto che continua a scorrere inesorabile. Contrasti, barriere ideologiche, confini, pregiudizi, categorie: tutto ciò che separa e distingue, assolutizza una realtà che è sempre relativa e ostacola il flusso naturale della vita.

Ci siamo trovati dunque a ricomporre ed armonizzare anche questa ennesima e solo apparente dicotomia, in un percorso di consapevolezza che anche Nancy stava vivendo. Una presa di coscienza che metaforicamente abbiamo voluto ambientare nel mirabile paesaggio offerto dalle Grotte della Murgia Materana a picco sulla Gravina: novello deserto, lontano dalla front line libica o mediorientale (per quanto simile nei colori e nell’atmosfera), in cui la protagonista, costretta ad un forzato ritiro, rivive le sue recenti memorie di guerra.

Tra rimandi cronologici e armonizzazioni di opposti, il film nelle riprese e nel montaggio tende continuamente a fondere live cinema (girato a Matera) e i filmati inediti del suo corposo archivio personale (girati da lei stessa o dai suoi collaboratori in Libia, ma anche in Siria, Iraq e Libano), alla luce del racconto di Nancy che via via si dipana, il tutto per far riflettere anche circa l’impossibilità, oggi più che mai, di concepire le nostre storie private separate da quanto succede nel mondo.

BIOGRAFIE

ILARIA JOVINE – sceneggiatrice/ documentarista/ scrittrice

Nipote dello scrittore neorealista Francesco Jovine, nel 1999 si laurea in Storia della Letteratura Italiana Contemporanea (Università La Sapienza – Roma). Studia sceneggiatura cinematografica con Sergio Donati e con Arcangelo Mazzoleni; si diploma in regia e drammaturgia teatrale in seguito al corso triennale dell’Accademia del Teatro dell’Orologio di Roma. Debutta a teatro come autrice-regista nel 2003 con lo spettacolo “Fuori Tempo”, segnalazione della Giuria al Premio Vallecorsi.

E’ autrice come ghost writer di varie sceneggiature per il cinema. Nel 2010 è autrice di una serie di documentari intitolata “Hotel Rooms” andata in onda sul canale Sky Red-Tv, nonché del documentario omaggio a Fellini, intitolato “Giulietta e Federico”, in onda su LA7. Nel 2012 cura la prima regia cinematografica, girando il documentario “In piazza. Voci intorno Piazza Testaccio”, proiettato alle Terme di Caracalla a Roma, all’interno dell’edizione 2012 della Festa dell’Unità. Il film segna l’inizio della collaborazione artistica con Roberto Mariotti, firmata con il marchio Ilja’Film.

Tra il 2013 e il 2014 lavora alle riprese, tra Italia e Colombia, del documentario “Almas en juego”. Il film è stato in concorso in più di dieci festival cinematografici italiani, tra cui SguardiAltrove Film Festival, Visioni Fuori Raccordo Film Festival, e il Premio Libero Bizzarri. Nel 2014 inizia a lavorare alla sceneggiatura del documentario “C’era una volta la terra“, raccogliendo e selezionando i numerosi articoli giornalistici scritti dallo scrittore Francesco Jovine tra il 1929 e il 1950, dedicati alla civiltà contadina del Sud Italia, alla questione agraria e meridionale.

Girato tra il 2015 e il 2016, il documentario, con la voice over di Neri Marcorè, esce nel 2018, presentato in anteprima alla Rassegna di Cinema al Maxxi curata da Mario Sesti e poi proiettato in vari festival italiani. Dopo un tour di proiezioni one shot in sala, il film è uscito in dvd allegato ad una ripubblicazione della raccolta di articoli giornalistici “Il viaggio in Molise” di Jovine ed è attualmente distribuito sulla piattaforma OpenDDB – Distribuzioni dal Basso e su Chili. Nel 2015 scrive soggetto e sceneggiatura del film lungometraggio “Una vita in cambio“, diretto da Roberto Mariotti e interpretato da Toni Garrani, Stefano Fresi ed Elena Arvigo.

Lo script è un libero adattamento del racconto intitolato “Abbi pietà“ di Bernard Malamud. Nel 2018 ha iniziato le riprese del suo nuovo documentario “Telling my son’s land”, di nuovo co diretto con Roberto Mariotti, di prossima uscita. Il progetto del film è stato selezionato alla sezione Industry “Visioni Incontra” del Visioni dal Mondo Film Festival di Milano e dal pitch forum del Perso Film Festival di Perugia 2018. Nel 2019 è autrice di una graphic novel dedicata alla vicenda di Giuseppe Pinelli, di prossima pubblicazione per BeccoGiallo Editore.

Attualmente è in preproduzione con un nuovo documentario “I wanna live”, per cui ha lanciato una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso: il film sarà nelle intenzioni dell’autrice e regista la puntata pilota di una miniserie di documentari dedicati a cinque storie militanti di pazienti oncologici. Come sceneggiatrice, è alle prese con la scrittura del suo primo lungometraggio di animazione, “I fantasmi neri della montagna abbandonata”, una favola a tratti surreale, tratta da una storia vera, sullo sfondo del Mezzogiorno a rischio spopolamento.

ROBERTO MARIOTTI – regista/ sceneggiatore/ filmmaker

Nasce a Roma il 24 agosto 1969, iniziando da autodidatta l’attività di regista e autore. Dal 2002 scrive e dirige diversi cortometraggi di finzione, tra i quali “Libero Professionista”, sul tema dell’usura, “Contratto a Termine”, sulla precarietà del lavoro, e “Il piazzista”, sul traffico di organi umani, Nel 2009 è uno dei registi che partecipano al concept film collettivo “Walls and Borders”, della durata complessiva di 5 ore. Con una favola animata, dal titolo: “Shalom”. Nel 2014 termina il suo primo lungometraggio di finzione, “The Italian dream”, un noir sul tema dell’immigrazione clandestina, una lavorazione cominciata nel 2010. Nel 2015 dirige un corto di animazione, “Il dono”, scritto da Ilaria Jovine, vincitore di Short Food Movie 2015 e presentato all’Expo di Milano.

Nel 2016 inizia la lavorazione della sua seconda opera cinematografica, “Una vita in cambio”, un lungometraggio noir, interpretato da Toni Garrani, Stefano Fresi ed Elena Arvigo e selezionato dal Napoli Film Festival, MoliseCinema, Terra di Siena Film Festival e al London International Motion Pictures Award. Tra il 2016 e il 2018 lavora al documentario “C’era una volta la terra”, co-diretto con Ilaria Jovine, con Neri Marcorè, film che indaga il rapporto ancestrale tra uomo e terra, a partire dagli articoli giornalistici dello scrittore Francesco Jovine (1902-1950). Nel 2018 inizia la lavorazione del documentario “Telling my son’s land”, dedicato alla figura della giornalista di guerra free lance Nancy Porsia, sullo sfondo della crisi libica. Nel 2019 è autore del cortometraggio “Beirut Cafè” interpretato da Luigi Mezzanotte, liberamente ispirato al racconto-cronaca “Quattro ore a Chatila” di Genet.

Fonte: REGGI&SPIZZICHINO Communication