I Predicatori nel Passaggio tra l’Età Feudale a quella Borghese – Prima Parte.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Non si può parlare sulle predicazioni dei frati previo quel filo rosso che legò, dal V al XIII secolo, le eresie dell’Oriente alle terre occidentali di fresca acquisizione cristiana. Condannante da una serie di concili perché ritenute non solo non ortodosse, ma anticristiane ab origine, codeste speculazioni teologiche risultarono pregne di una mistica che oggettivamente sconvolse la vita quotidiana, tanto dei nobili quanto dei contadini, con contenuti e in modalità mai visti prima di allora. In sostanza il loro apporto dottrinario, se così possiamo intenderlo, vedeva al centro la contrapposizione tra luce e tenebra, e non nei modi biblici, canonici, bensì nella versione, se mi si consenta il termine, pessimistica; ovvero in quella spiegazione del creato come caduta ofidica. Non è questa la sede per indagare l’origine di tali ardimenti fideistici, tuttavia, il loro percorso negativo ha formato quell’impronta (come fosse un calco di gesso), in cui s’è colato il magistero che così ha ritrovato se stesso (il positivo). Al proposito, quando un’immagine vale più di mille parole, andiamo con la mente a S. Francesco che risolleva il Laterano (negli affreschi giotteschi di Assisi), a simboleggiare la restaurazione della Chiesa. Dalla dialettica fra pauperismo (che danzava pericolosamente con lo gnosticismo) e protocapitalismo (l’esuberanza economica del XIII secolo), venne fuori l’uomo europeo dell’età moderna. Orbene, squaderniamo così la faccenda, nei modi e tempi propri del caso.

Che l’ellenismo delle grandi scuole filosofiche avesse permeato il tessuto religioso dei culti pre e Cristiani è un dato di fatto. I pericoli, diciamo le ricadute sociali, iniziarono nel momento in cui sempre più “tecnici” del pensiero tentarono la sintesi fra le religioni, ma com’è noto il sincretismo origina sempre l’esatto opposto di quel che si propone. Addirittura rinfocolando le lotte tra fazioni, che essendo confessionali, sovente sono connotate da furia manicheistica, quella che lascia negli annali i resoconti delle stragi più efferate. E a proposito di manicheismo, esso si presentò con la struttura teologica più robusta e per questo risultò il più affascinante per i popoli; si può ben dire tra i meglio riusciti (tenendo conto dell’azzardo di fondere Cristianesimo, zoroastrismo e buddismo). A idearlo fu Mani, un nobile persiano che vide la materia come risultato delle ambizioni delle tenebre. Dal che i corpi, da Adamo in poi, altro non sono che contenitori di luce, quella sì benigna e dunque l’unica da preservare, ma inchiodata al suolo terrestre dalla fisicità. Scrive Mani: «Maledetto sia il creatore del mio corpo e colui che imprigiona la mia anima e coloro che mi hanno fatto loro schiavo». D’ora innanzi, il dovere dell’uomo sarà quello di tenere il proprio corpo puro da ogni corruzione fisica, praticando l’abnegazione ed impegnandosi nel grande lavoro di purificazione cosmica.

Com’era ovvio i padri della Chiesa combatterono con mistico furore queste dottrine che annullavano la concezione del Creato come bontà strabordante di Dio. Laddove l’essenza del nemico (la materia), era già stata già espressa da Plotino nelle Enneadi: quel versamento indifferente, ipostatico dall’Uno e che fu base teologica per gli sviluppi manichei. In netta contrapposizione alla concezione semitica del Dio Creatore, ma anche a quella demiurgica ellenica: la divinità assemblatrice di elementi com’era concepita dalla fisica eraclitea e successivamente mutuata dall’aristotelismo. Come si vede il processo di conoscenza dell’Essere è stato visto dagli uomini in modi e forme molto diverse tra loro. Focalizzandoci sul nostro argomento, e in virtù di quanto esposto fino ad ora, entriamo nello specifico constatando come la lotta fra le varie sette gnostiche alla fine abbia prodotto un denso concentrato di nozioni, che in seguito trasmigrarono anche geograficamente nel remoto Occidente. Questa che è così riconosciuta come gnosi spuria, dunque antinomica alla gnosi che porta al Dio di Abramo, non è nient’altro che la conoscenza cui i manichei anelavano e che va tradotta nella vittoria-fuga dalla materia diabolicamente carceriera.

Così, quando sembrava oramai estirpata dall’Oriente, e siamo nei secoli che vanno dal X al XIII, ecco ripresentarsi l’eresia manichea sui monti d’Occitania e Linguadoca, regioni della Francia meridionale su cui si arroccò l’odio per la materia di una pericolosissima setta che dal nome della città capoluogo, Albi, passò alla storia come albigese. 

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Si ringrazia l’autore per la cortese concessione.

Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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