Il 25.

Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena

Prefazione

Ci sono valori che l’uomo vive come fossero pietre assolute: non semplici scelte, ma verità definitive. E allora accade che qualcuno, invece di usare quei valori come strumenti per capire e orientarsi, li trasformi in un tribunale interiore: giudica, pretende conferme, si pone come paladino assoluto della propria ragione. Paradossalmente, però, proprio qui comincia lo scarto: se la verità viene trattata come qualcosa da possedere—da difendere contro tutto—il senso smette di essere ricerca e diventa difesa. Non è più la vita a guidare, ma la necessità di risultare coerenti con ciò che si è deciso di credere.

La domanda allora diventa inevitabile: qual è il senso di tutto questo? Se i valori servono, devono generare vita migliore; se invece diventano una corazza che isola, che irrigidisce, che impedisce di vedere l’altro, allora rischiano di perdere la loro funzione originaria. Non perché siano “sbagliati” in sé, ma perché il modo in cui li usiamo può tradirne lo scopo. Un valore non dovrebbe rendere ciechi: dovrebbe rendere più lucidi.

In fondo, il senso che ci attira non è mai stabile come una statua; è piuttosto un’esperienza che cambia con noi. La vita è incostante e incessante: non si lascia addomesticare, non si ferma alle definizioni comode, non risponde sempre alle nostre aspettative. Proprio per questo l’uomo, quando cerca un senso, spesso finisce per cercare anche conferme. Cerca segni che lo rassicurino, parole che lo giustifichino, comunità che lo riconoscano. Ma se il senso diventa conferma personale—se diventa la prova che “abbiamo ragione”—allora si allontana dalla vita vera e si avvicina alla sua versione più fragile: l’immagine di sé.

Perciò l’idea di un “paladino assoluto” delle proprie verità può diventare una trappola. Non perché l’uomo debba rinunciare ai valori, ma perché deve ricordarsi che i valori non sono bandiere per vincere: sono bussole per camminare. Una bussola non ti dà tutto il panorama; ti dà una direzione, e ti ricorda che il percorso continua. Se la bussola viene trattata come una fine, non come un mezzo, smette di servire.

Quando la vita scorre—quando cambia le condizioni, quando spezza i piani, quando obbliga a reinventarsi—l’uomo gira cercando un senso. Ma forse il senso che sta cercando non è un oggetto esterno, non è una formula definitiva trovata una volta per tutte. Forse è un incontro: con la propria inquietudine, con i propri limiti, con quella parte di sé che non smette di chiedere. Cercando fuori, finisce per tornare dentro. E mentre torna dentro, scopre che il senso non è un possesso: è un atteggiamento. È la capacità di interrogare ciò che si crede, di reggere l’incertezza senza trasformarla in dogma, di lasciare che i valori restino vivi perché restano in relazione con la realtà.

C’è una differenza, allora, tra vivere per proclamare la propria verità e vivere per cercare il significato di quello che accade. Nel primo caso si corre il rischio di irrigidire ogni esperienza dentro una sentenza. Nel secondo, invece, si accetta che il senso sia dinamico: nasce, matura, si corregge. Non elimina la domanda; la rende più onesta.

Ecco perché, in ultima analisi, il senso “di tutto questo” può coincidere con la vita stessa—ma non come slogan, bensì come ritmo: incostante e incessante. La vita non è un problema da risolvere una volta, è un movimento da attraversare. Un uomo che gira, cercando un senso, potrebbe cercare forse se stesso: non come identità definitiva, ma come coscienza in cammino. Se c’è un valore davvero assoluto, è questo: non smettere di cercare. Non smettere di rivedere. Non smettere di trasformare le proprie certezze in strumenti, non in idoli.

Il 25.

Il 25 di aprile, sogno di liberazione, ma poi in effetti valutando la situazione liberi non lo siamo mai stati, c’è sempre qualcosa che lega, ma senza offesa.

Il mondo va per conto suo, nessuna, l’uomo segue un altro cammino generale; vie smarrite, inverse, nel buio nessuna, si scambiano i passi, e resta immortale. Il venticinque segna: liberazione, nessuna, ma paghi con un’illusione generale; presente e assente, senza colpa: nessuna, Italia nello stivale, sempre occulatale.
Ma di concreto cosa c’è di suo, fonti rinnovabili, eppure contestabile; il contrario del senso: niente e nessuna, senza una bussola, tutto è generale. Giusto: però dimmi—da dove si…., se ogni “ripartenza” è un gioco mortale?
Il senso non deve avere senso: altrimenti che senso è, che senso inalabile.

Allora non chiedere “perché” a nessuna, chiedi invece: chi decide la morale; se il senso pretende d’esser legge nessuna, il mondo va, e l’uomo ricade generale.
Eppure resta una sola parola: nessuna, non come vuoto: come scelta spirituale; ripartiamo da lì, senza bandiera nessuna, dove il senso si scioglie: e il resto è uguale.
Giusto: il senso non deve avere senso nessuna, altrimenti che senso è—che senso che vale; e se vale, allora non è “senso”, ma catena: e l’uomo gira incostante.

Tratto da:Onda Lucana®by Antonio Morena

Vignetta prodotta su corpo esistente da Antonio Morena.

Riproduzione Riservata.

 


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