Italico Primo Maggio, Ma Pur Sempre Internazionale!!

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena Ivan Larotonda

Prefazione a uno dei giorni più significativi della storia dell’uomo moderno: quello della consacrazione tra l’essere umano e il lavoro. È una ricorrenza che, in apparenza, celebra un legame naturale; in realtà osserva un patto complesso, costruito nel tempo, discusso, conquistato, e continuamente rinegoziato.
Il lavoro, infatti, non è soltanto una condizione economica: è parte essenziale dell’identità dell’uomo dinamico moderno. In esso si cerca riconoscimento, dignità, autonomia. E soprattutto si misura l’idea stessa di progresso: quel movimento in avanti che attraversa i secoli trasformando strumenti, competenze e organizzazioni.
Eppure, questa evoluzione—che pure ha prodotto straordinarie conquiste—non è mai stata lineare. I suoi profili sono pieni di contraddizione. Ogni passo avanti porta con sé un’ombra: la stessa sofisticazione che rende più efficiente l’incontro tra persone e risorse può anche irrigidire gerarchie; la stessa regola che coordina e rende possibile la cooperazione può diventare gabbia; la stessa spinta verso la produttività può trasformarsi in precarietà.
Nel mondo del lavoro, oggi, la sinergia di forze appare più ampia e più complessa. Sono in gioco tecnologia, mercati, relazioni industriali, culture organizzative, e anche aspettative individuali. La regola moderna—più tecnica, più frammentata, più “razionalizzata”—domina spesso l’esperienza concreta del lavoratore: la presenza si misura, l’output si quantifica, i tempi si comprimono, le disponibilità si estendono. In questa trama, il lavoro può diventare l’espressione più alta della capacità umana. Ma può anche diventare una macchina che consuma, logora, sostituisce.
Ecco perché il Primo Maggio non è soltanto un ricordo: è una domanda. È la domanda su che cosa significhi davvero “consacrare” l’uomo al lavoro. È il punto in cui ci si chiede se quel legame sia oggi più giusto, più libero, più sicuro—oppure più sbilanciato, più controllato, più fragile.
Il rovescio della medaglia c’è sempre. A ogni diritto conquistato corrisponde un tentativo di svuotarlo; a ogni miglioramento delle condizioni corrisponde la ricerca di nuovi modi per aggirarlo; a ogni promessa di inclusione corrisponde il rischio dell’esclusione. E mentre il lavoro cambia forma, non sempre cambia sostanza.
Per questo questo giorno resta importante: perché costringe a guardare insieme le due facce della stessa realtà. Da una parte l’energia creativa che rende l’uomo capace di costruire, produrre, trasformare. Dall’altra la necessità di proteggere quella capacità da ciò che la può deformare.
Primo Maggio, dunque, non dovrebbe essere solo celebrazione. Dovrebbe essere anche misura. Misura di distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si vive; tra l’ideale di dignità e l’esperienza quotidiana; tra l’evoluzione delle regole e l’umano che quelle regole dovrebbero servire.

Primo Maggio

Nei “meravigliosi” tempi moderni, ci fanno i complimenti per il lavoro che ci “serve”:
porta‑pizze in bici con fratture annesse,
interinali con rotazioni intestinali,
a chiamate notturne e festive, quando la giornata ha già finito di essere giornata.
E poi c’è il rompiballe telefonico: la bella favella, la proposta del nulla,
il tono gentile con dentro l’urgenza che non chiede permesso.

E intanto ci spiegano che è tutto normale.
“È flessibile”, dicono. Come se la flessibilità fosse una coperta:
quando ti serve, la tiri; quando non ti serve, non taglia.
Ma qui la coperta è corta, e il letto non è mai il tuo.
Le ore cambiano come umore, i turni saltano come se fossero improvvisati in corsa,
e il contratto arriva come una scusa: sottile, provvisorio,
pronto a scomparire proprio mentre inizi a fidarti.

Primo Maggio 2018.jpg

La precarietà ha una sua coreografia:
prima ti chiama, poi ti spiega, poi ti misura.
Ti dicono che “è solo per un periodo”,
che “è per fare esperienza”,
che “ti contattiamo noi” — e poi spariscono,
o ricompaiono con un’altra consegna, un’altra urgenza, un’altra promessa.
È un gioco di prestigio: scompaiono i diritti,
resta la fatica, che non sparisce mai.

E la fatica, quando la vivi ogni giorno, non è retorica.
È il corpo che impara a farsi male senza lamentarsi,
la schiena che trattiene, il sonno che si spegne,
l’ansia che ti accompagna anche quando non hai turno.
È la sensazione di dover essere sempre disponibili,
sempre raggiungibili, sempre “grati”.
Perché nel racconto di chi comanda tu non sei una persona: sei una risorsa,
un numero da tenere attivo,
un ingranaggio che deve girare anche quando stride.
“Ma almeno avete un lavoro.”
Sì, abbiamo un lavoro: quello che cambia pelle, ma non cambia padrone.
Un lavoro che ti chiede tutto e ti restituisce poco,
che ti paga in briciole e ti chiama “opportunità”,
che trasforma la sopravvivenza in merito.
E quando protesti, ti rispondono con il linguaggio dell’ordine:
pazienza, flessibilità, sacrificio.
Parole che suonano belle finché non le devi ingoiare a digiuno.
Poi arriva il Primo Maggio.
La data diventa bandiera, lo slogan diventa festa,
la memoria diventa foto.
È “rosso”, dicono, e viene fuori un sorriso da cartolina.
Ma il rosso, nella tua busta paga, non è mai abbastanza.
E se il rosso resta soltanto sul calendario,
allora significa che la storia serve a decorare, non a cambiare.

Viva il Primo Maggio — sì —
ma non solo come colore sulle parole.
Che il rosso entri nei turni, nelle ore, nei diritti:
che il lavoro smetta di essere una prova d’eroismo,
che la notte non sia una gabbia,
che la festa non sia l’ennesima scusa per chiamarti.
Che la dignità non sia un optional,
che la sicurezza non sia un favore,
che il contratto non sia una scommessa.
Perché altrimenti è questa la “meraviglia” che ci vendono:
porta‑pizze con cadute annesse,
interinali con promesse in rotazione,
telefonate notturne con frasi lucidate,
il nulla offerto con la bella favella.
E noi dovremmo farci andare bene tutto perché “è così”.
No: non è così.
È così finché qualcuno decide che va bene.
E il lavoro, quando è davvero umano,
non dovrebbe mordere.
Dovrebbe sostenere.
Dovrebbe rispettare.
Quindi sì: Primo Maggio.
Ma che non resti “rosso” solo sul calendario.
Che diventi vita.

Bene, viva il “Primo Maggio”, che è così saggio, rimasto “Rosso”, solo sul calendario!!

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena Ivan Larotonda

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