Campomaggiore, Arcadia Perduta.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Campomaggiore (PZ) – Quando si abbandonano le grandi arterie stradali, giù a valle nel caotico movimento di mezzi pesanti e leggeri su viadotti vertiginosi, cambia totalmente la visione del mondo e con esso muta il sentimento (da intendersi in senso prettamente letterale), del viaggiatore. Vagando, gironzolando (come nel capolavoro filmografico Amarcord), per la Basilicata, quella mutazione interiore di cui sopra addirittura produce esplosioni emotive tipo Stendhal in Santa Croce a Firenze. Non si tratta di essere assorbiti semplicemente dalla bellezza, sia essa architettonico-artistica o naturalistica, ma di entrare in un altro mondo. Chiudendo con le perifrasi, per cui entrando nel cosiddetto merito, una sera di piena estate esco dalla strada a scorrimento veloce Basentana per dirigermi a Campomaggiore. Ed ecco che, dopo i 100 e passa km orari, la mia vettura procede a passo d’uomo per affrontare una serie apparentemente infinita di tornanti. Un nastro d’asfalto tagliato nella montagna mi porta in cielo ad ammirare le guglie granitiche di Castelmezzano; cose che non apprezzi percorrendo le vie moderne della valle.

Quando in fine si giunge alla sommità è come entrare in un’altra dimensione, a metà fra l’onirico e il viaggio nel tempo, ma a ritroso verso le radici del mondo. A quel sole che ammiro calare sui pascoli di un altipiano immutato nel corso dei secoli; visto da miriadi di generazioni prima di me. La dimensione orizzontale, propria delle città, qui in Basilicata è quanto mai e arcaicamente in contrasto con quella verticale dei monti. Entrato a Campomaggiore rivedo il tempo dei padri e della mia fanciullezza. Nella piazza affollata trovo in pieno svolgimento il Festival dell’organetto, vi partecipano una cinquantina di virtuosi dalle dita veloci come ali di colibrì, sui tasti di uno strumento che aborre le modifiche elettroniche: non si è “piegato”, come altri, al diktat dell’elettricità. Sotto il palco intanto s’intrecciano girotondi di bambini e trenini di adulti; all’intorno vivande e avventori. E sorprende, felicemente, vedere come in questa festa sia presente l’etnicità lucana: la completa assenza di ogni riferimento alla dimensione ultra territoriale: il massimo dell’esotico è un concorrente dell’area nord della Basilicata. Per il resto i musicisti erano figli degli Appennini; della dimensione verticale che conserva riti, usi e costumi che un tempo viaggiavano sui tratturi. A metà serata il parroco interrompe la festa (in altri posti chi se lo sognerebbe di fermare la baldoria?) richiama la popolazione in Chiesa per il Salve Regina alla Vergine del Monte Carmelo, protettrice del paese. Ecco l’altro aspetto, commovente, della serata. Quassù la Religione conserva ancora il suo ruolo pubblico, mi chiedevo sognante come ai tempi dell’infanzia, quando anche nel mio paese gli uomini si scappellavano dinanzi al Santo Patrono. Dopo l’ultimo bicchiere dovrei andarmene, ma resto ancora e per una volta sono felice delle disposizioni di legge che prevedono un tempo congruo, prima di guidare, dall’assunzione di alcool. Resto così in silenzio ad ascoltare la felicità del luogo, la gioia della vita e l’assenza di ogni riferimento all’epoca dei consumi e dell’inglesismo dilagante delle valli percorse da chi è sempre di corsa, e guarda i paesi in alto sui monti come fossero scenografie astratte di mondi perduti.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina tratta dal repertorio di Onda Lucana by MikyDaLioni.

Riproduzione Riservata.


Scopri di più da Onda Lucana

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.