Indiani Lucani.

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena

Si dice e in certe conversazioni lo dicono con la sicurezza di chi ha visto le cose con i propri occhi che da tempo immemorabile gli indiani abbiano affinato un certo modus mundi, una maniera di vivere la vita intrisa di filosofia: respiro lungo, sguardo largo, pazienza quasi strutturale. Una saggezza tramandata, insomma, capace di trasformare i problemi in esercizi di stile e le difficoltà in prove generali per diventare migliori, o almeno più calmi. E fin qui, niente da eccepire: la storia piace perché è comoda, perché mette ordine nel caos e perché quando si racconta “noi” contro “loro” lo si fa sempre con un pizzico di ironia che rende tutto più digeribile. Il punto è che quando la stessa narrazione prova ad atterrare in Lucania, i nostri “indiani” cambiano registro. Perché qui la saggezza non sembra essere la protagonista assoluta: al suo posto troviamo una vita che procede per inerzia, per scatti, per strattoni, e soprattutto per una continua ricerca di equilibrio… che però, nel frattempo, continua a rompersi. Lucania non è che faccia eccezione al mondo, sia chiaro: ovunque ci sono divisioni, ovunque ci sono interessi e contrasti. Ma qui la divisione ha preso una forma particolare, quasi identitaria, come se fosse diventata parte dell’arredo urbano e della routine quotidiana, una specie di “fatto naturale” da cui nessuno si stupisce più. Le tribù lucane, infatti, non sono soltanto gruppi: sono insiemi in movimento, frazionati e dilaniati dalle beghe interne e non, capaci di trasformare ogni decisione in una discussione epica e ogni progetto in un cantiere in cui ognuno lavora con la propria pala e con la propria idea di futuro, ma senza un’idea comune di destinazione. E così si va avanti: non tanto per costruire, quanto per gestire l’emergenza del giorno. La differenza, se c’è, sta nel fatto che altrove l’emergenza è un incidente. Qui sembra un metodo.

A guardarli da fuori, questi gruppi possono persino sembrare “tribù” in senso quasi romantico: come nelle storie, con la loro coesione affettiva interna, con i loro confini netti e con la loro capacità di riconoscersi a distanza. Solo che, mentre in certe narrazioni le tribù si uniscono per resistere, in Lucania le tribù sembrano unire energie soprattutto per distinguersi. Distinguersi dagli altri, distinguersi tra loro, distinguersi perfino da un’idea del giorno prima. E in mezzo a tutto questo, la regione procede. Procede come può, appesa a compromessi che durano il tempo di un comunicato e a trattative che spesso assomigliano più a negoziati di sopravvivenza che a scelte politiche, economiche o sociali. Perché manca una cosa semplice ma decisiva: una dimora sociale, un luogo simbolico e pratico in cui la comunità possa sentirsi davvero casa. Dove per “casa” non si intende un edificio o una bandiera appesa al muro, ma uno spazio condiviso: regole accettate, obiettivi comuni, continuità di intenti, strumenti di confronto che non si trasformino subito in tribuna, e soprattutto una capacità collettiva di mettere d’accordo persone che, invece, sembrano ancora vivere come se dovessero spartirsi territorio appena dopo essersi incontrate. Senza quella dimora—senza un tetto comune—ognuno tende a cercare il proprio riparo: e quando il riparo non è un progetto, diventa un’istintiva difesa. E allora succede che l’istinto, “molto animale”, erompe nell’animo. La frase è forte, ma è proprio il punto: non è tanto che le persone non abbiano idee. È che le idee vengono spesso ingoiate dalla reazione, dalla foga, dalla spinta a vincere la discussione invece di risolvere il problema. L’istinto prende il volante. E quando l’istinto guida, non c’è abbastanza spazio per la strategia, quella strategia che richiede pazienza, tempi lunghi e soprattutto fiducia, cioè una forma di coraggio diverso: il coraggio di non bruciare tutto subito.

Il risultato è che le tribù lucane, al di là delle etichette e dei ruoli, portano avanti il tempo senza una dimora sociale, senza una sede che funzioni da collante e da bussola. Succede allora che si vedano coalizioni nate e finite come fuochi d’artificio, visioni proclamate e poi accantonate, percorsi annunciati con grande enfasi e conclusi in maniera creativa, spesso con più colpe che soluzioni. E mentre i gruppi si rincorrono, mentre si sparano addosso parole che sembrano più colpi che spiegazioni, la regione si ritrova nel mezzo, con i suoi bisogni concreti e non abbastanza accompagnati da una coerenza davvero stabile. Perché la coerenza non è un concetto poetico: è un lavoro quotidiano. È il fatto di rimanere sullo stesso binario abbastanza a lungo da far arrivare qualcosa, anche solo un po’, dove deve arrivare. Quando invece l’energia viene consumata in faide interne, ogni volta che qualcuno tenta di costruire arriva la sindrome della “tribù”: prima si valuta da che parte stai, poi si ascolta cosa dici. E così le priorità saltano, i tempi si allungano e la stanchezza, quella stanchezza che non fa rumore ma consuma, diventa un ingrediente di governo. Chi deve decidere finisce per essere continuamente trascinato nel rumore. Chi dovrebbe coordinare finisce per inseguire. E quando la coordinazione manca, l’“intrapresa” resta una promessa astratta, una parola che torna utile nei momenti in cui serve mobilitare, ma che poi non trova un seguito coerente.

Eppure c’è chi prova a raccontarla diversamente, con parole più alte e intenzioni più generose. C’è chi dice: “Ma non potete pretendere la coesione totale, non potete chiedere a tribù in perenne transumanza di diventare improvvisamente un’unica comunità con una sola bandiera e una sola visione.” È un’argomentazione che, detta bene, convince. Soprattutto perché nessuno vuole davvero l’ennesima favola: “basta poco e tutto si sistema”. Non funziona così, e non funziona neanche in politica, dove le persone non sono pedine ma esseri umani con interessi, memorie, paure e desideri. Tuttavia, c’è un “ma” che resta lì, sospeso come un punto interrogativo che nessuno raccoglie. Perché il fatto che non si possa pretendere tutto subito non significa che si debba rinunciare a tentare un percorso. Significa piuttosto che la coesione va coltivata, costruita con fatica, e soprattutto con una strategia che non sia solo un compromesso al ribasso. E invece, spesso, si assiste al contrario: si coltiva la frammentazione come se fosse un talento, come se la pluralità fosse automaticamente garanzia di qualità. Ma la frammentazione, quando è cronica, diventa un modo di vivere: diventa cultura. E quando diventa cultura, non serve più un nemico esterno per dilaniare il gruppo. Ci pensa la dinamica interna, sempre pronta a trasformare ogni occasione in un’occasione per litigare, per rivendicare, per ribadire chi comanda davvero e chi invece dovrebbe aspettare il proprio turno. Il turno, però, non arriva mai allo stesso modo per tutti. E allora la storia riparte da capo, con la stessa musica e con variazioni che cambiano i volti ma non la trama.

Vignetta tratta da repertorio di Onda Lucana by Antonio Morena 2017.jpg

Nel frattempo, gli “indiani locali” devono ancora prendere coscienza della loro esistenza, dice qualcuno. Non nel senso di “sapere di esistere”, che sarebbe una banalità, ma nel senso più profondo e quasi politico: riconoscere che stare insieme non significa soltanto abitare la stessa terra o condividere lo stesso cielo, ma costruire coerenza. Prendere coscienza della propria esistenza come comunità significa smettere di pensare che tutto dipenda dalla prossima alleanza, dal prossimo scontro, dal prossimo annuncio. Significa accettare che la continuità è una forma di rispetto verso chi resta fuori dal gioco, cioè verso chi paga le conseguenze delle scelte altrui. Significa, in sostanza, capire che se la propria presenza non consolida nessuna coerenza se non produce risultati riconoscibili, se non genera fiducia, se non si traduce in una direzione chiara allora la tribù non è più un’identità. È solo un gruppo che si muove nel caos. E quando le tribù non consolidano nulla, restano soltanto nel tempo come scene: ci sono, si vedono, fanno rumore, ma non costruiscono una casa comune. Restano lì, sparpagliate come se la regione fosse un campo di addestramento e non un luogo in cui vivere.

E la regione, intanto, viene descritta spesso “ancora allo stato brado”, come se fosse un territorio in attesa di essere domato. Qui l’espressione può sembrare ingenerosa, ma funziona perché fotografa un sentimento diffuso: quello di un’area che fatica a mettere ordine, a scegliere priorità, a trasformare la discussione in azione. Quando la politica, le istituzioni e la società sembrano muoversi senza una cornice condivisa, tutto appare incerto, tutto sembra provvisorio. Anche ciò che dovrebbe essere stabile diventa instabile. Anche ciò che dovrebbe essere semplice diventa complicato. E allora si capisce perché l’intrapresa sotto una unica bandiera per le sorti di una regione ancora allo stato brado non riesca a decollare davvero. Non è solo una questione di mancanza di leadership. È una questione di mancanza di coesione reale, di una base che dica: “Sì, siamo diversi, ma siamo dalla stessa parte nel costruire.” Finché questo non accade, finché ognuno resta convinto che la propria tribù sia la misura di tutto e che l’altro sia sempre un ostacolo o un’opportunità da sfruttare, la bandiera unica rimane uno slogan. Uno striscione che sventola nei momenti in cui fa comodo, ma che poi non regge alla prima tempesta. E quando arriva la tempesta quella fatta di interessi contrapposti, di promesse non mantenute, di rivalità personali o di vecchie ferite la tribù torna a essere l’unica casa. Anche se è una casa stretta, anche se è una casa provvisoria, anche se è una casa che alla fine non serve a nessuno.

Perciò il quadro che si disegna è questo: da una parte la leggenda della filosofia, dall’altra la realtà della vita vissuta con un ritmo che assomiglia troppo all’istinto; da una parte l’idea di coesione e progresso, dall’altra la frammentazione che dilania e che sparpaglia; da una parte la promessa di un futuro comune, dall’altra l’assenza di una dimora sociale capace di tenere insieme le persone senza farle scappare appena cambia il vento. E non è nemmeno una colpa da attribuire a un singolo colpevole: è una dinamica collettiva, un insieme di abitudini che si sono consolidate nel tempo e che adesso sembrano impossibili da smontare con una frase, con una manifestazione, con un programma scritto bene. Le tribù lucane—così come vengono raccontate, così come spesso si vedono—non sono ancora pronte per una coesione totale di intrapresa sotto una unica bandiera. Non perché manchino energie o idee, ma perché manca il riconoscimento reciproco e manca la consapevolezza di un’identità condivisa che consolidi davvero la direzione. Gli “indiani locali” devono ancora prendere coscienza della propria esistenza: un’esistenza che, allo stato attuale, non consolida nessuna coerenza. E finché non avverrà quel passaggio finché la vita pubblica non smetterà di essere una somma di tribù in competizione e tornerà a essere una costruzione comune la Lucania continuerà a vivere sospesa tra saggezza raccontata e istinto praticato, tra filosofia di facciata e selvaggità che erompe nell’animo, tra l’idea di futuro e la fatica di cominciare davvero. Perché, in fondo, la regione può anche avere tutte le potenzialità del mondo. Ma se manca la casa comune, se mancano i legami stabili, se la coerenza non diventa abitudine, allora il futuro si continua a rimandare. E intanto il tempo passa. Passa, guarda e annota. E non aspetta nessuno.

Del resto, la storia conferma un dato strutturale: per secoli l’Italia è stata un sistema di Stati e giurisdizioni concorrenti (città-stato, principati, signorie), con autonomie fiscali, militari e amministrative. La coesione risultava difficile perché mancava un’autorità centrale stabile e perché l’equilibrio di potenza europeo (anche con interventi esterni) tendeva a mantenere la frammentazione. Quando poi si è tentata l’unificazione, serviva unificare diritto e finanza pubblica: ma resistenze e fratture locali hanno a lungo rallentato la costruzione di procedure e fiducia comuni. Risultato: frammentazione “di lunga durata” e coesione spesso incompleta.

Immagine interna tratta da repertorio di Onda Lucana by Antonio Morena 2017. Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

Tratto da:Onda Lucana®byAntonio Morena

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