Genti dell’Appennino, Dure come Cotogne!

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Dal frutto indicato nel titolo si ricavano ottime marmellate, oppure si gusta arrostito e glassato di vino cotto o miele; ancora, se ne ricava dell’ottimo sidro. Tuttavia, la sua storia sociale ha origini che non affondano nella gastronomia. Per comprendere di cosa si tratta dobbiamo spostarci nella penisola del nostro popolo fraterno, nel Peloponneso, precisamente nella regione dell’Elide. Qui si trovano le rovine della città di Phrixa, su di una collina della stessa si ergeva un tempio ad Athena detta Cydonia. Com’è facile immaginare, dati i secoli trascorsi, non è integro, ma l’altare è ancora al suo posto. Si dice che il santuario sia stato fondato in onore di Climeno, discendente da Eracle Ideo (uno dei mitici Dattili Idei, da non confondere col celebre Eracle delle dodici fatiche). Originario di Cydonia, presso il fiume Iardano nell’isola di Creta, questo Climeno giunse in Elide a fondarvi i giochi olimpici: erano passati appena cinquant’anni dal diluvio di Deucalione (la versione europea del semitico-biblico diluvio di Mosè). Il dominio di Climeno però fu breve perché venne sconfitto da Enomao in una corsa di carri. Questi divenne così il nuovo re, ma non contento di averlo vinto uccise Climeno: perché?

Enomao, figlio del dio Ares, aveva ricevuto una profezia da un oracolo secondo cui sarebbe morto per mano del proprio genero. Cosicché, per evitare che la sua bellissima figlia, Ippodamia, si sposasse, il re impose una condizione a tutti i pretendenti: sfidarlo in una corsa con i carri partendo da Pisa (non la città toscana, siamo sempre nel Peloponneso) con traguardo all’altare di Poseidone sull’Istmo di Corinto. In caso di vittoria, il futuro genero avrebbe ottenuto la mano di Ippodamia; se battuto sarebbe stato trafitto dalla sua lancia (“Periegesi della Grecia”, Pausania, libro VI, 21, 7). Prima di Climeno, alla mano della pulchra puella ci aveva pensato Marmace; e fu il primo della tragica lista dei corteggiatori sconfitti ed esecutati. Enomao lo vinse, ovviamente l’uccise e, con un eccesso di crudeltà, inflisse la stessa sorte alle sue cavalle; ma ai piedi della collina di Phrixa, dove scorrono le acque del fiume Partenia, decise di costruire una tomba alle giumente trucidate: praticamente il comportamento di uno psicopatico! Peraltro Partenia è il nome di una delle due quadrupedi sacrificate, l’altra era chiamata Erife.

In totale Enomao arrivò a “collezionare”, appendendole alle colonne del suo palazzo, ben 18 teste di pretendenti uccisi! E venne anche il diciannovesimo sfidante; si chiamava Pelope ma, conoscendo la fine dei precedenti, chiese un aiuto speciale. Si recò sulla suddetta collina di Phrixa per ingraziarsi la dea Atena, che come visto era lassù venerata col titolo di Cydonia grazie a Climeno che vi aveva importato il culto da Creta. Ed eccoci, come suol dirsi, al cuore della faccenda. Nell’isola già di Minosse il prodotto agricolo peculiare era la mela cotogna! Dal greco cydonia, fa capire che nella omonima città cretese tal frutto vi cresceva abbondante. Questa varietà di mela dell’arcaico Mediterraneo è dura, dalla masticazione impegnativa; la sua turgidità divenne un attributo di Atena che perciò assunse, oltre alla sua caratteristica capacità di donare sapienza agli uomini, anche l’elargizione della forza: la saldezza d’animo derivata dalla fisica di questa mela. Atena Cydonia ascoltò le preghiere di Pelope e, al contrario di come si comportò con Climeno, gli concesse la sua protezione in quanto lo “rese tosto come mela cotogna”. Peleo sconfiggerà così Enomao nella corsa, lo ucciderà e ne sposerà la figlia, Ippodamia (Pausania; “Periegesi della Grecia” libro VI, 21, 6). In ultimo, da lui l’intera penisola meridionale greca prenderà il nome di Peloponneso.

E adesso passiamo lo Ionio e veniamo in Italia. Tra i sanniti avevano molta presa i miti ellenici coi loro eroi venerati anche tra gli Appennini. Pelope ovviamente non faceva eccezione, anzi; la sua attinenza ai cavalli lo rese particolarmente amato da popolazioni che vivevano di armenti, pasciuti per l’appunto con l’ausilio dell’arte equestre. Le vicende di Pelope sono raffigurate su diversi vasi neri a figure rosse di fabbricazione apula. Ora, il numismatico Charles Lenormant (1802-1859), aveva esaminato alcune monete coniate dai sanniti nelle quali era rappresentata la testa di Atena Cydonia, riconoscibile proprio dalla mela cotogna posta alla sua nuca. Il successivo passaggio fatto da Lenormant è stato quello di rapportare l’epiclesi Cydonia non a una città specifica, Lacedonia o Aquilonia, bensì a un luogo temporaneo di raccolta per truppe scelte. Per cui s’è operato il seguente ragionamento: i sanniti coniavano queste monete che rappresentavano uno stato d’animo diffuso nelle loro aree. Parlavano di accingersi a una sfida, quale fu la terribile affrontata nel 293 a. C. contro i romani di Lucio Papirio Cursore e Spurio Carvilio Massimo.

Sulle orme di Peleo anche i sanniti si affidarono ad Atena Cydonia, la dea degli eroi, cercando di ottenere da lei sapienza e forza, rappresentata dalla durezza della mela cotogna. Da qui la conclusione che una città dal nome Aquilonia o Lacedonia senz’altro trae origine dall’essere stata precedentemente luogo di raduno per legioni sannitiche: quale fu la mitica legio linteata, che indica “i migliori guerrieri, vestiti di bianco lino”.

Legionari che si presentarono al luogo indicato da Ovius Pachus (il meddix: comandante sannita), per il gran cimento del 293 a. C. Ed è in questa occasione, più di altre precedenti, che dovettero assumere il carattere forte; essere turgidi come una cydonia (κύδωνία) che in lingua osca (la parlata dai sanniti), suonava “A kudunniad!”, che per l’appunto vuol dire: “duri come cotogne!”

Gente tosta, dunque. Ed è certo che lo furono questi sanniti; popolazione, touta in osco, dei cieli in quanto abitante sui crinali montuosi nascosti tra lembi di nuvole. In perenne contrasto con le etnie delle pianure tirreniche, già cittadine per cui dalla demografia esuberante grazie alla cerealicoltura e perciò proiettate ad espandersi su terre vergini da sfruttare. Molto più dei sanniti, scesi a Capua piuttosto per commerciare caciotte o pascervi pecore che per colonizzare terre troppo vaste per il loro esiguo numero. In definitiva, se abbiamo conosciuto date e stati d’animo di questi irriducibili italici, resta, come problema storico maggiore, d’individuare l’esatta collocazione del luogo dove si svolse la grande battaglia contro i romani: la Aquilonia di cui parla Tito Livio. Esistono diversi siti dei raduni e degli scontri “dove i sanniti furono duri come cotogne”.

Toponimi e successive “città” (che sarebbe meglio definire oppida: luoghi fortificati), derivano senz’altro dalla dea Atena Cydonia, come Aquilonia e Lacedonia, ma quale fu teatro del sacrificio della legio linteata? Tra queste di sicuro non figura la Aquilonia presso l’Ofanto; essa si chiamava Carbonara e assunse tal nome altisonante per suggestioni classiciste ottocentesche. Il sito della battaglia del 293 a. C. è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi; sappiamo solo che si chiama Aquilonia dei Pentri, ubicata da alcuni studiosi tra il Lazio e il Molise, in un quadrilatero che comprende i comuni di: Picinisco, San Vittore del Lazio, Colli a Volturno e Montaquila. Altri ancora la cercano nel cuore del Molise; tra Pietrabbondante, Frosolone, Busso e Cercemaggiore. La certezza assoluta l’abbiamo solo dal fatto che un mito balcanico è migrato fra i monti italici, e narra la resistenza di fiere popolazioni dure come cotogne: akudunniad!

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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