I Predicatori nel Passaggio tra l’Età Feudale a quella Borghese – Quinta Parte.
Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda
Ancora una volta il nucleo urbano si presentava con una duplice faccia: del benessere economico crescente, ma anche del caotico afflusso di nuove genti che nel migliore dei casi provocava la crisi degli alloggi. Però, trattandosi di evi preindustriali, la congestione di popolazione proveniente dall’agro favoriva il generale peggioramento della situazione sanitaria. Immaginiamoci una favelas brasiliana, oppure indiana, ecco come dovevano apparire le città di inizio XIV secolo; con una sola differenza, ma sostanziale, la piena esplosione demografica del tardo medioevo produsse ricchezze e rafforzamento dei corpi politici intermedi, tra i quali spiccarono le corporazioni delle arti e dei mestieri. E ci si chiede anche se senza quelle carestie gli europei fossero stati in grado di affrontare meglio il flagello epidemico; la risposta facile, istintiva, induce a propendere per il sì.
Comunque, una volta diffusasi la Morte Nera, come l’Angelo sterminatore dell’ultima piaga d’Egitto, le armi a disposizione di questi nostri disgraziati antenati erano davvero nulle, ci si arrangiava alla bell’e meglio, come si usa dire. Però, proprio da un capolavoro della letteratura italiana e mondiale, il Decameron di Boccaccio, troviamo conferme importanti al fatto che la cosa migliore da fare era lasciare le città. I ragazzi della serie di racconti fuggono in campagna, cosicché l’idillio bucolico si tramuta da miraggio poetico a ultima speranza di vita. Nelle città invece, oltre a morire, tra coloro che confortavano i superstiti si vedevano stuoli di religiosi, tra questi, gl’immancabili predicatori che ammonivano sulle origini della pandemia, da loro attribuite ai peccati di comunità ormai dimentiche della vita semplice del passato.
Ma, ed è fondamentale, le forme con cui si diffusero le nuove redarguizioni scadevano di qualità fino a giungere all’infimo livello, quello che diremmo disperante; le altezze teologiche del passato erano un lontano ricordo. I novizi tralignavano dalla linea ortodossa e di certo non volutamente: come mai? Orfani nello spirito e nella cultura lo furono perché la peste falcidiava anche i conventi, e dunque s’era spezzata la continuità coi teologi che giravano per i monasteri dell’Europa. I nuovi missionari-predicatori, privi di maestri, non seppero più come esprimersi; la perdita di patrimonio intellettuale in quegli anni terribili è un altro dato non indagato a sufficienza dagli esperti. Così l’unico esempio che potevano offrire alla società del tempo, per salvarsi da una peste che è sempre vista come punizione divina, fu il sacrificio dei corpi: l’autoflagellarsi.
Tutto questo nel mentre si riaffacciava l’antico nemico gnostico, questa volta nella forma se vogliamo ancora peggiore, quello della cabalistica ebraica. Che i giudei fossero il bersaglio politico-sociale preferito entro i regni cristiani era ben noto; d’altronde passavano per deicidi e ciò bastava a giustificare ogni sopruso nei loro confronti. Diremmo a questo punto che fu relativamente facile riconoscerli come il cosiddetto capro espiatorio. Ancora una volta il primo focolaio di persecuzioni antisemite s’accese nella Francia meridionale; terra dove evidentemente erano rimaste vive le contrapposizioni di natura diciamo escatologica. Per cui ad ogni soffio di vento la brace della contrapposizione religiosa riprendeva vigore. A Tolone e per tutta la Provenza, e giù fino a Barcellona, gli ebrei furono incolpati di aver diffuso la peste e perciò vittime di una caccia all’uomo che nemmeno papa Clemente VI con due bolle, del 4 luglio e 26 settembre 1349, riuscì a frenare.
Ad alimentare l’antisemitismo del tempo, il primo che si registra in Europa con tale virulenza, furono proprio i predicatori, quelli che circolavano penitenti per tutto il continente flagellandosi e ripetendo che lo facevano per chiedere perdono all’Onnipotente. Allo stesso tempo indicavano nella causa della pandemia i miscredenti, quegli ebrei che evidentemente andavano ridimensionati perché in possesso di un potere finanziario crescente sulle popolazioni locali. Nonostante lo “zelo penitente”, papa Clemente VI, il 20 ottobre del 1349, bandì pubblicamente le pratiche di macabro esibizionismo. Per i flagellanti, che pur riscossero un subitaneo successo, fu l’inizio di un declino che proseguì poi inarrestabilmente man mano che scemava la pandemia. Se gli anni della pestilenza avevano provocato sgomento, nonché deserto di fede e popoli, com’era logico data la natura eccezionale anche per quei tempi adusi a subire strali pandemici, la ripresa generale del continente, che s’avviò alla fine del XIV secolo, fu sorprendentemente rapida. Chiaro segno della robustezza di strutture economiche e sociali, la Chiesa e le corporazioni su tutte (bene ribadire anche questo), che nemmeno il cataclisma pestifero poteva oramai intaccare, bensì solo mettere in blocco; come a dire che un mondo intero era stato momentaneamente congelato.
Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda
Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.
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