I Predicatori nel Passaggio tra l’Età Feudale a quella Borghese – Sesta Parte.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Per quanto riguarda le persecuzioni antiebraiche, nel corso del periodo di ripresa si tennero vive grazie agli studi teologici i quali, assieme ai commerci e la produzione, hanno caratterizzato la rinascita post pandemica. Detto diversamente, dalla rifioritura di un intero continente anche gli studi ne trassero giovamento, ma questi cominciarono ad essere indirizzati all’approfondimento di alcuni aspetti, per lo più esoterici, praticati da altre religioni: l’ebraica soprattutto. La religione dei ghetti divenne perciò materia di approfondimento, e si scoprì, o meglio si speculò sul fatto che l’usura (classico peccato giudeo) risultò essere solo la parte esteriore di un mondo nascosto ai cristiani e che solo monaci dall’acume eccelso riuscivano a scorgere. Sotto inchiesta, se così si può dire, finirono le pratiche cabalistiche il cui contenuto, alquanto sconcertante, presentava il mondo come “tenebre esteriori” entro cui le comunità israelitiche erano le scintille divine che, riunite, formavano la “luce per le Nazioni”! La missione era chiara: il futuro Regno Messianico si concretizzerà nel momento in cui Gerusalemme e il Tempio saranno ricostruiti, reintegrando finalmente il cosmo in Dio.

Secondo Gershom Scholem, filosofo e teologo tedesco-israeliano, la cabala aveva un’ascendente nella gnosi, la stessa che solo successivamente influenzò il mondo cristiano. Senza indagare su chi ebbe la precedenza nel vedere il creato come qualcosa da cui fuggire, è un dato che la pratica cabalistica si originò nella Spagna sotto dominio musulmano. Da qui si diffuse nel cuore del continente europeo seguendo strade che per ragioni geografiche e demografiche passavano per la Francia meridionale e mediterranea, i ben noti luoghi di manifestazioni catare-manichee. Così, il sapere esoterico ebraico fu messo per iscritto (rischiava di disperdersi se mantenuto solo oralmente, in mezzo ai cristiani) nel Sefer haBahir e in un’altra opera, il Trattato dell’Emanazione Sinistra, probabilmente composta in Spagna da Isaac ben Isaac ha-Kohen, base per la composizione del Sefer Zohar (“Libro dello Splendore”), scritto da Moses de León e il suo circolo mistico alla fine del XIII secolo, ma attribuito al saggio talmudista Shimon bar Yohai.

Fra i chiostri c’era dunque di che applicarsi per fermare questa nuova-antica minaccia; i predicatori tornarono così a impartire lezioni nelle università e dai pulpiti delle chiese, ritagliando un’etica intorno ai nuovi agenti sociali dell’età moderna (quel modo odierno che iniziò sul finire del secolo XIV). Ma, più che ai sermoni dei frati, i mercanti (tipo quello di Venezia di shakespeariana memoria), si lasciavano incantare dai prestatori ebrei. Facili prede della hubrys, i soggetti di estrazione borghese volevano arricchirsi, per cui trovavano più comodo mantenere un rapporto tiepido con la Chiesa Cattolica e d’affari con il talmudismo: forse non attendevano altri che un Calvino a liberarli dai “ceppi morali” che gl’imponeva Roma. Dopotutto non avevano più le tutele cesaropapiste; sempre più emancipati, nei comuni e nelle signorie si alternavano al potere dettando norme a loro confacenti e senza incontrare particolari opposizioni dato che, oggettivamente, miglioravano la vita delle popolazioni.

I borghesi avevano riproposto la partecipazione del popolo nei governi. Questo sistema proto-democratico, sostanzialmente repubblicano, s’era costantemente rafforzato nel corso dei secoli. Al punto che se la difesa degli appalti e delle rendite in passato richiedeva l’intervento manu militari, pensiamo alle lotte contro il Barbarossa o Federico II; ai principi del ‘300 per ottenere lo stesso bastò sberleffare Arrigo VII (quello del Monarcia di Dante). Eppure, le ricchezze accumulate dai comuni italiani cominciavano ad attirare non solo le attenzioni dei predicatori (pur sempre ammonitori a fin di bene, ispirati dalla Fede), ma anche di nuovi nemici: le monarchie nazionali franco-spagnole. Ma per il momento, ignari di queste minacce che si addensavano oltre le Alpi, in Italia le condizioni di vita continuavano a migliorare e per fasce di popolazione sempre più larghe; anche la furia antisemita scemava tornando ai livelli precedenti la Morte Nera. D’altronde, il sol fatto di non vedere più i carri colmi di cadaveri orribilmente sfigurati dai bubboni induceva ottimismo in ogni attività. Nei ghetti invece si preferì approfittare di questo ritorno di quiete per occultare ai cristiani i volumi cabalistici e talmudici che, forse con troppo ottimismo, negli anni precedenti l’epidemia erano stati resi accessibili anche ai goym (non ebrei). Il ricordo della fine dei catari evidentemente era ancora esempio vivo: fu questo a far tornare nell’alveo dell’esoterismo i volumi giudaici?

Fatto sta che celando ai “non addetti” alla legge mosaica i loro studi, gli ebrei toglievano armi di propaganda alla forze in crescita della Chiesa, quello stuolo di predicatori che iniziava a diffondersi per le regioni d’Europa. Così, l’unico modo per arrivare a far leva tra la popolazione, diciamo il modo per metterla in guardia dall’“infedele”, tornò ad essere quello di sempre: l’accusa di usura. Sul finire del secolo XIV, la grande battaglia dei predicatori fu incentrata su questa pratica svilente dell’economia, se così possiamo definire lo strozzinaggio, e che soprattutto toglie dignità all’uomo.

La figura straordinaria, diremmo apicale, in tale contesto è Bernardino da Siena. Costui aveva l’intuito e la preparazione giusta per combattere tutte le eresie; e ricordiamo che per eretici erano visti coloro che spezzavano l’ordine naturale (che nel mondo antico era equivalente a dire divino) delle cose. Nato nel 1380, Bernardino incentrò tutta la sua opera missionaria proprio sulle questioni economiche. Favorito anche dalla vivacità delle città toscane, dove esistevano i centri maggiori d’Europa per la lavorazione tessile, Bernardino ebbe il cosiddetto gioco facile nello scovare elementi usurari entro la sua Siena. Ed è in queste sue predicazioni che riemerse, come leggerete più innanzi, la rabies antigiudaica. Felice Moretti riporta un passo di Bernardino dove accusa gli ebrei addirittura di essere l’incarnazione dell’avarizia!

Va detto anche che il predicatore senese, lungi dal reprimere ogni anelito di arricchimento, lodava la figura dell’imprenditore. E riconosceva l’attività in favore del bene comune svolta dai mercanti, i quali riuscivano a far giungere prodotti a loro rischio e pericolo nei luoghi ove mancavano. Giudizio positivo probabilmente influenzato dall’eco dei racconti sulla carestia di inizio ‘300. Era il prestito a usura l’obiettivo di Bernardino; gli strali che scagliava dai pulpiti erano indirizzati a coloro che frequentavano i sacramenti eppure non mostravano pietà per il bottegaio in arretrato coi pagamenti, o profittavano della richiesta di liquidità.

Suo Maestro spirituale fu Antonio da Padova, anch’egli noto per la sua attività contro l’usura, e che dunque gli forniva un vasto campionario d’esempi da usare come monito. Il più noto, e che destava forti emozioni, era senz’altro l’episodio di Firenze dove Antonio, nel corso di in una delle sue predicazioni quotidiane, imbattutosi nel corteo funebre di un ricco usuraio arrestò il carro del feretro e citando il Vangelo disse: «Dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore». Impressionata dalle inusuali parole del frate, la gente corse a casa dell’usuraio, aprì il forziere dell’avaro e in mezzo al denaro, tra le monete d’oro, trovò un cuore umano ancora caldo e palpitante. Le parole del Santo trovarono un’altra conferma quando i chirurghi aprirono il petto del defunto e lo trovano senza cuore! Il filo rosso del nuovo predicare era ristabilito. Il passaggio culturale tra vecchi e nuovi monaci si arricchì, oltre che dal recupero dei volumi scritti dai padri della Chiesa, anche dall’insegnamento orale frutto di frequentazioni. Socrate ebbe come allievo Platone, e questi fu maestro di Aristotele; anche nei chiostri si tornò a dialogare tra docenti e discenti. E così i discepoli di ieri divennero i maestri del domani. Da Bernardino da Siena si recò un ragazzo di Bitonto, si chiamava Antonio come il Santo antiusura di Padova; a scuola dal senese prese il testimone della grande predicazione, l’ammonimento ai ceti emergenti in cui già si vedeva la mancanza di eroismo, e diciamolo pure, anche di onestà, attributi che contrassegnavano gli antichi signori feudali.

In questo peregrinare fra le città a forte espansione economica i predicatori furono decisivi per la nascita della coscienza cattolica, moderna e italiana. La loro parabola discendente si avviò contestualmente alle potenze nazionali in ascesa, quelle che trasformarono la Penisola in un campo di battaglia. In quel terribile secolo XVI (che hanno l’ardire di definire della rinascenza), non erano richieste parole, bensì archibugi, cannoni e serpentine. Nei successivi duecento anni (secoli XVI-XVII), la Chiesa conobbe altri assalti, questa volta portati dallo scientismo e dalle dottrine luterane; laddove le prime furono combattute dall’inquisizione, le seconde dagli eserciti. In entrambi i casi l’apporto della parola offerto dai francescani, domenicani e gesuiti, si dimostrò quasi inefficiente. Sembra che entrati nell’evo moderno si sia perso il gusto della disquisizione, soprattutto quella a carattere teologico.

E si trattava solo dei primi gradini da percorrere in discesa, fino all’antro del mito platonico dove lo gnosticismo proiettava altre ombre, chiamate: illuminismo, giacobinismo, darwinismo. Per questo nuovo scientismo sociale i predicatori sono da relegare nel campo dei personaggi bizzarri, ombre guizzanti dalle fiamme dei roghi di un medioevo che più retrivo non si può immaginare: in definitiva, la retorica illuminista ne ha fatto dei pericolosissimi parolai. Chissà in che misura l’azione diffamatoria delle forze laiche fu premeditata o solamente preterintenzionale; è un dato che se alla parola, al ragionamento, non si dà più ascolto è perché al logos abbiamo anteposto l’azione. Faust, di cui sono oramai posseduti gli occidentali, non è soddisfatto del Vangelo di Giovanni: «In principio era la Parola». Non può accettare un concetto così “banale”, frutto della traduzione letterale del greco logos da parte di Lutero, per cui ispirato dalle forze ctonie urla: «Die Tat!». In principio era l’Azione. Da allora, in Europa e Nord America si smise di ragionare e tutto fu trascinato dalla tecnica, dal progresso costante e infinito, anche a costo della stessa umanità.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

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