Quando la Retorica del Potere Sfida la Storia.

Tratto da: Onda Lucana®byAntonio Morena

C’è un momento in cui la forza delle parole smette di essere uno strumento della politica e diventa essa stessa un elemento di instabilità. È il momento in cui la presunzione di poter ridisegnare gli equilibri del mondo attraverso dichiarazioni, minacce e provocazioni finisce per trasformare la politica internazionale in un gioco pericoloso.

Le recenti prese di posizione di Donald Trump sembrano muoversi lungo questa linea. L’idea di esercitare una sorta di tutela sul destino del mondo, avanzando pretese o ipotesi che coinvolgono territori e interessi strategici — dalla Groenlandia al Canale di Panama, dallo Stretto di Suez allo Stretto di Hormuz — non restituisce l’immagine di un ordine internazionale più sicuro. Al contrario, rischia di alimentare ulteriore confusione e malcontento.

La questione non riguarda soltanto la legittimità politica di determinate dichiarazioni. Riguarda soprattutto la responsabilità che accompagna il potere. Quando a parlare è il presidente degli Stati Uniti, ogni parola assume un peso diverso. Non può essere considerata soltanto una provocazione, una battuta o una strategia comunicativa. Le parole di un capo di Stato vengono ascoltate dagli alleati, dagli avversari, dai mercati e dalle opinioni pubbliche di tutto il mondo.

È proprio questa consapevolezza che dovrebbe distinguere la leadership dalla semplice ricerca dell’effetto mediatico. Immaginiamo, per assurdo, che Vladimir Putin dichiarasse domani di voler conquistare New York, riprendersi l’Alaska o modificare il nome degli Stati Uniti trasformandoli negli “Stati dell’ex Unione Sovietica”. La reazione internazionale sarebbe immediata: quelle parole verrebbero interpretate come una provocazione e come un possibile segnale di escalation. Perché allora dovremmo considerare diversamente dichiarazioni analogamente destabilizzanti quando provengono dall’altra parte del confronto geopolitico?

La storia insegna che gli equilibri internazionali non sono costruiti soltanto attraverso la forza militare. Sono costruiti attraverso trattati, alleanze, diplomazia, rispetto della sovranità e, soprattutto, attraverso la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Il mondo non ha bisogno di leader che alzino continuamente la posta per dimostrare la propria forza. Ha bisogno di leader capaci di esercitare la forza quando necessario, ma anche di conoscere il valore della misura, della prudenza e della diplomazia.

Per questo il problema non è soltanto ciò che viene detto, ma ciò che quelle parole producono. Un continuo “giro di vite” può forse rafforzare, nell’immediato, l’immagine di un leader deciso. Nel lungo periodo, però, rischia di indebolire la credibilità di chi lo pratica e di rendere più fragile un sistema internazionale già attraversato da guerre, tensioni e profonde divisioni. Giocare con le parole può essere una strategia politica. Ma quando si occupa una posizione così importante, bisogna ricordare che dietro ogni parola ci sono conseguenze reali.

E allora la domanda diventa inevitabile: a vantaggio di chi tutto questo? E, soprattutto, a discapito di cosa?

Immagine di copertina creata dalla tecnologia con Intelligenza Artificiale.

Tratto da: Onda Lucana®byAntonio Morena

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