La Dea Ritrovata – Parte Prima.

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Se l’Appia è la regina viarum, la via Herculia è senza dubbio la sovrana dei tratturi: per lunghezza si snodava lungo i crinali appenninici dall’Emilia fino a Reggio Calabria; come “volume di traffico” vedeva sul suo “tronco principale” e i suoi diverticoli il transito del maggior numero di greggi dell’intera penisola italica. Passando dal macro al micro, in quanto dalla dimensione peninsulare scendiamo nel locale dell’area Nord Basilicata, è per me motivo d’orgoglio saperla anche all’origine dell’insediamento del mio paese d’origine: Rionero in Vulture (in provincia di Potenza). In età romana, il sito dove sorgerà il suddetto abitato risultava solcato da acque copiose, nonché costellato da grotte tufacee; utili ricoveri per gli armenti: è per questi motivi che vi si snodava la regina dei tratturi. Sulla Tabula Peutingeriana, la più famosa cartina stradale dell’Impero Romano, l’agro di Rionero era conosciuto come Pisandes. Una statio lungo l’Herculia, posizionata a XVI miglia dalla colonia di Venosa e XXIV dal ponte sul fiume Ofanto. Ed è proprio analizzando l’etimologia di Pisandes che avvenne la scoperta di una divinità sannita; il tutto ad opera di chi scrive, Ivan Larotonda, e Giuseppe Pio Grieco, oggi dottore in lettere classiche ma all’epoca della scoperta (2021), studente al quarto anno di liceo classico.

La vulgata accademica spiega il toponimo peutingeriano di Pisandes come afferente alla pece: sostenendo che nella zona si produceva dall’estrazione della resina dei pini. Cosicché Pis(s)andes sarebbe la forma tardoantica derivata dall’aggettivo piceus: nero come la pece. A giustificare tale soluzione ha contato molto un altro stradario, questa volta solo scritto e detto Itinerarium Antonini perché redatto al tempo di Caracalla (i Severi si definivano eredi degli Antonini). In esso il sito Pisandes è nomato Opino, e come il precedente è associato ai pini, in correlazione sempre con l’estrazione delle resine; tuttavia, l’origine del toponimo dalla dea Opi pare più convincente della semplice indicazione di pinete già di primo acchito, diremmo per assonanza. Dunque, perché non cercare un’altra spiegazione di Pisandes come legata anch’essa alla dea dell’abbondanza Opi-Ope?

Decidemmo dunque, per prima cosa, di scomporre Pisandes in due parti che parevano descrivere altrettante vicende: Pis-Andes. Per quanto riguardava la seconda sezione del toponimo comunicai a Giuseppe di non aver trovato nient’altro fuor di un corrispettivo nel nord Italia, e nientemeno che nella Patria di Virgilio: un borgo di Mantova chiamato Andes. Indica le anse dei fiumi, ma si usa anche per località dove l’acqua ristagna: è a tutt’andata un idronimo.

Ragion per cui mi balzò in mente il corso inferiore del fiume Levata, il fiumiciattolo che nell’alto medioevo venne chiamato Rivonigro per il fatto che le sue acque trascinano le nigre arene (vulcaniche) del Vulture, conferendo così il nome allo stesso paese di Rionero. Questo torrente, prima di buttarsi nel Triepi (odierna fiumara di Atella (PZ), a sua volta affluente di destra del fiume Ofanto), si contorce come un serpente. Non solo, Levata vuol dire che le sue acque erano sollevate dalle ruote dei mulini, che ivi erano numerosi e fin dall’età romana. Confermato che si lavorasse il grano, tuttavia, continuava a non spiegarsi il legame con quell’andes; totalmente privo di riscontri nel meridione italico: non è osco, greco, né tanto meno latino, bensì addirittura celtico!

Ma, seguendo il classico detto: non buttare il bambino con l’acqua sporca, il toponimo celtico, pur essendo errato, manteneva in piedi il rimando ai mulini e quindi al verbo del pesare, pigiare, che è facilmente intuibile nella radice pis il quale ha in comune con andes il tema della macinazione. Però non si trattava di cercare ruote di macine bensì qualcosa di più arcaico e soprattutto leggero; quale può esserlo solo un pestello. Ed esso mi richiamò alla mente la dea che lo usava: quella Magna Mater Cibele anch’essa presente sempre sulla via Herculia e venerata in un tempio a 16 miglia da Aequm Tuticum e 20 miglia dall’Ofanto. È dea di terza funzione, come Opi, e in età arcaica veniva riconosciuta come immagine aniconica in una pietra meteorica oppure identificata addirittura nel pestello stesso, poiché suo strumento di lavoro. Il grano, prima che fosse inventata la ruota per mulini, era macinato nei mortai con pietre levigate. L’operazione era compiuta da donne che, in età pre-indoeuropea, ricoprivano le massime cariche sacerdotali; soprattutto in favore di dee madri. In buona sostanza davano vita tramite parto e nuovo alimento a base cerealicola, ma anche morte sacrificando il re (sacer) all’equinozio d’autunno.

Per ulteriori approfondimenti: “Rionero Antiqua, ipotesi e fatti”. Ivan Larotonda, 2023 Travel Editions

Tratto da:Onda Lucana®by Ivan Larotonda

Si ringrazia l’autore per la cortese concessione. Immagine di copertina tratta da Web fornita dall’autore.

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